La filosofia della condivisione è un multiforme insieme di riflessioni incentrate principalmente sulla critica del neoliberismo, inteso contemporaneamente come un’ideologia, una visione del mondo, un insieme di politiche e teorie più o meno coerenti tra loro[1], alle quali vengono contrapposti degli ideali, come la solidarietà fra gli uomini e la tutela dell'ambiente[2].

Non si tratta quindi di una dottrina sistematicamente organizzata che rifletta sul tema della condivisione ma di analisi condotte non solo da filosofi, ma anche da economisti, sociologi e antropologi, i quali aspirano a ripensare criticamente le strutture socioeconomiche, che sarebbero alla base del grave degrado antropologico dell’inizio del terzo millennio, dal quale si fa quindi derivare la dimostrazione del fallimento del pensiero neoliberista. Questi pensatori propongono di rifiutare la logica del mercato libero e di individuare invece nel principio di condivisione una nuova logica economica che incida anche sui valori etici [3].

Gli interpreti della filosofia della condivisione[modifica | modifica sorgente]

Queste critiche al sistema economico-sociale neoliberista si sono affermate in seguito alla crisi economica del 2007‐2008, in particolare con i saggi di autori come Raj Patel, Serge Latouche[4] e Paul Krugman che di fronte a quella che appare una caduta definitiva dei consumi a causa della demografia vede una via d'uscita nella «economia della collaborazione e della condivisione che offre ai consumatori l'accesso a capacità altrimenti inutilizzate e a risorse inattive...Tra tutti i fattori in gioco, quello che merita attenzione crescente è l'altro volto della propensione media e marginale al consumo - la propensione all'accesso e alla condivisione di un bene o servizio anziché alla sua proprietà.» [5]

La filosofia della condivisione non rappresenta però un pensiero unico o una concezione teorica fissa e determinata che i singoli dovrebbero far propri impegnandosi a elaborare una serie di concetti. I suoi interpreti la valutano piuttosto come una sensibilità di fondo che, pur tra opinioni e prospettive diverse, aspira a individuare un cammino autentico di umanizzazione. In un momento storico segnato dalla caduta della percezione che ha il valore del legame sociale, questa ricerca impone all'uomo una scelta chiara, nella consapevolezza che l'umanità si trova realmente a un bivio e che adattarsi a sopravvivere in una società fondata sulla competizione, nell'indifferenza o nell'ostilità verso gli altri, sia il segnale di una mortificazione della vita:

« «O ci si adatta a rafforzare il sistema di convivenza vigente, cercando tutt'al più di mitigarne alcuni aspetti, ma in ogni caso ritenendolo positivo o quanto meno necessario e insuperabile, o, al contrario, si sceglie di operare perché possa nascere una forma molto diversa di società: non più una civiltà del potere verticale e del denaro, ma una civiltà umanizzata, fondata sulla giustizia verso tutti e capace di armonia con il mondo naturale [6]»

Filosofia e attivismo[modifica | modifica sorgente]

La filosofia della condivisione rientra nell'ambito delle filosofie del cambiamento sociale e, pur nella sua eterogeneità, muove da un presupposto imprescindibile: la natura degli attuali sistemi politici ed economici, basati come sono sulle forze del mercato, la commercializzazione e l'avidità devono cambiare. Essi ritengono che la vita del genere umano sia in crisi e che sia necessario fare qualcosa di radicale prima che sia troppo tardi. Reclamare la capacità di sfidare la società di mercato, reclamare il diritto ad avere diritti, resta un lavoro molto arduo e implica certamente la voglia di un forte confronto, facendo leva sulla capacità di pensare e di agire delle persone, dove filosofia e attivismo sono inscindibili e si alimentano reciprocamente. Ciò deriva dall'idea secondo cui i cambiamenti importanti non avvengono mai da sé, ma necessitano sempre di voglia sincera di migliorare, di impegno attivo, di amore per il servizio e di duro lavoro.

« Ogni filosofia del cambiamento sociale ha una sua visione dell'ostilità. La filosofia di Gandhi non era, come alcuni l'hanno ricostruita, un grande padiglione di preghiere e incenso. Pur essendo non violenta, prevedeva l'opposizione e il conflitto: un'opposizione indubbiamente gentile, ma comunque un'opposizione. I movimenti sociali di tutto il mondo hanno sviluppato strumenti psicologici per la gestione dei conflitti, ispirati a principi di uguaglianza e guidati dal desiderio di controllare i termini dell'inclusione. Questo, naturalmente, è una minaccia allo status quo: ecco perché molti dei movimenti che ho discusso – dai contadini ai baraccati – vengono bollati come vandali e criminali. La trasformazione dei dissidenti in criminali non avviene per magia: succede perché l'odierna società di mercato è fondata su un'ideologia che non tollera chi mette in discussione il fragile consenso sul ruolo dei mercati [7] »

A differenza di altre correnti filosofiche, la filosofia della condivisione non teme «di cadere nella trappola della politica politicante, contraddistinta dalla perdita di contatto, da parte degli attori politici, con le realtà sociali e dal confinamento nei giochi politici»[8]. Non si limita solamente a «far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribuire a fare evolvere la mentalità»[9]. Essa nutre l'ambizione di poter offrire con le sue riflessioni un miglioramento concreto nei vari settori delle attività umane. Per ciò che riguarda un migliore rapporto con l'ambiente, tema molto caro ai filosofi della condivisione, questo può per esempio tradursi in un'attenta pratica su come eliminare gli sprechi e riciclare tutto il riciclabile, su come produrre e mangiare cibo locale puntando maggiormente sull'autoproduzione, su quali vie possano essere intraprese per arrivare a ottenere più energia dalle fonti rinnovabili, ridurre gli orari lavorativi utilizzando il telelavoro e smaterializzare l'economia. Concordi con alcuni economisti, fra cui il premio Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz, i filosofi della condivisione ritengono inoltre che sia meglio abolire il Pil e ridefinire il concetto di benessere[10].
Per la filosofia della condivisione, filosofo è dunque colui che riflette su una realtà sociale già costituita al fine di migliorarla, senza escludere un suo coinvolgimento diretto nel lavoro concreto che occorre per arrivare a questo miglioramento o una collaborazione costruttiva con esperti operanti in settori diversi dal suo.
Egli non solo cerca di capire come l'economia sia riuscita nel tempo a plasmare la società e le persone; fa anche il possibile per giungere alla realizzazione di un cambiamento che sia allo stesso tempo personale, vissuto, praticabile nell'immediato e dalle ampie prospettive socio-ecologiche, e riconosce che questo miglioramento di sé si può effettuare meglio all'interno di un progetto condiviso con altre persone, riscoprendo il senso di comunità.
Tale filosofo non ha paura di assumere un ruolo attivo nello scenario politico o in altre aree, di combattere per la libertà, la giustizia e la democrazia, là dove i diritti dell'uomo sanciti dalla costituzione sono stati messi in discussione. I ripensamenti che apportano beneficio alla società non devono trovare riscontro solamente su un piano ideale, ma devono potersi attuare in contesti specifici concreti, portando un beneficio reale alle persone. Sfruttamento, povertà, lavoro frammentato e debilitante, profitti per pochi, mancanza di casa, fame e degrado, nascono da rapporti istituzionali stabiliti da esseri umani. Nuove istituzioni, anch'esse determinate da esseri umani, possono generare risultati ben superiori che liberano i talenti dell'uomo, vanno incontro ai desideri e alle preoccupazioni delle persone, moltiplicano le opzioni disponibili, riequilibrano costi e benefici, garantendo una libertà autentica che si estende a tutti[11].

« Uno degli insegnamenti di questa crisi è che c'è bisogno di un'azione collettiva; come ho più volte sottolineato, lo Stato ha un ruolo da svolgere. Ma ce ne sono altri: abbiamo permesso ai mercati di modellare la nostra economia e, nel frattempo, di contribuire a modellare le persone e la società. È venuto il momento di chiederci se sia davvero quello che vogliamo [12] »

Il neoliberismo e la crisi del libero mercato[modifica | modifica sorgente]

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Eugen von Böhm-Bawerk

Il neoliberismo è una dottrina economica che, rifacendosi ai principi dell’economia classica, rileva le violazioni in nome del laissez-faire, della |libera concorrenza, intesa come concorrenza perfetta, perpetrate da concentrazioni monopolistiche e chiede pertanto l'intervento dello Stato per riaffermare l'effettiva libertà di mercato e per garantire con ciò il rispetto anche delle libertà politiche. Gli economisti neoliberisti, come gli austriaci Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises e il francese Jacques Rueff, tuttavia più che sugli ipotetici vantaggi della libera concorrenza, evidenziano i danni dell’ingerenza economica dello Stato, che può degenerare in costrizione e che comunque è sempre tardiva e spesso inefficace.[13] Dal punto di vista filosofico, esso sarebbe parzialmente associabile alle teorie libertarie, sennonché i termini "liberista" e "neoliberista" sono talvolta utilizzati con una connotazione negativa. Ambo i termini esistono solo in lingua italiana: il primo di essi fu coniato dal filosofo Benedetto Croce a metà del XX secolo, mentre il secondo è entrato in uso nell'ultimo decennio dello stesso periodo. Alla fine degli anni '60 Milton Friedman e i suoi seguaci della scuola monetarista hanno teorizzato il processo economico detta neoliberista, che è spesso stato assimilato sin dalle origini crociane alle conseguenze economiche del pensiero politico liberale. Tuttavia, il liberalismo attribuisce all'autorità pubblica e al diritto proprio il compito (esclusivo) di difendere le libertà individuali, tra cui anche quelle economiche.

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Milton Friedman Template:Premio

L'essenza economica del liberalismo fu enunciata nel modo più esplicito dall'economista austriaco Eugen von Böhm-Bawerk: «Un mercato è un sistema giuridico, in assenza del quale l'unica economia possibile è la rapina di strada» [14] «Il neoliberismo in quanto si fonda sull’idea che l’operare delle forze di mercato, in assenza di intervento pubblico, assicuri stabilità al sistema economico. Esiste infatti, per i monetaristi, una tendenza naturale dell’economia al conseguimento del pieno impiego e di una crescita stabile. Il ruolo della politica economica è perciò quello di accompagnare la tendenza all’equilibrio insita nel sistema capitalistico con regole automatiche (e non discrezionali, come suggerisce la scuola keynesiana) di gestione. A fronte di questa visione vi è però la constatazione che regole automatiche presuppongano una costanza nel modo di funzionare del sistema economico. Questa costanza non si riscontra nella realtà, in presenza di urti congiunturali e cambiamenti strutturali» [15]. Basato sulla prevalenza della finanza sull'economia e sulla politica, per il neoliberismo dunque il mercato è un meccanismo che, lasciato a se stesso, senza interferenze, è in grado di allocare le risorse in maniera ottimale e di trovare l'equilibrio tra offerta e domanda e quindi il "giusto valore" delle cose. Secondo questa ideologia lo Stato (e anche la società civile) deve avere un ruolo del tutto secondario nell'economia, e anzi, se interferisce con le forze spontanee del mercato, distorce l'efficiente allocazione delle risorse e danneggia l'economia. Da qui la completa liberalizzazione della finanza, la libera circolazione internazionale dei capitali e le ondate di privatizzazioni anche di servizi pubblici essenziali, come l'istruzione e la sanità, che hanno caratterizzato i paesi (occidentali e non) negli ultimi decenni.

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Raj Patel

La filosofia della condivisione nega invece ogni capacità autoregolatrice al libero mercato, che non permette di realizzare le migliori condizioni di libertà e di giustizia nelle attuali società consumistiche.

« Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l'obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità [16]»
« In tutte le civiltà umane esiste l’idea di mercato come luogo deputato all’incontro tra persone con bisogni diversi che desiderano scambiare beni e servizi. La caratteristica dei mercati di oggi è che lo scambio è guidato non dai bisogni, ma dal profitto. È pura ideologia pensare che la società possa funzionare al meglio lasciando i mercati liberi di perseguire il profitto, e che i mercati possano operare efficacemente soltanto limitando le interferenze al minimo. Le regole che governano il funzionamento dei mercati sono stabilite dai potenti; il nostro dramma è aver permesso che questo accadesse [17]»

Il neoliberismo non nega che possano esserci forme diverse di solidarietà disinteressata, ispirate a sentimenti di filantropia; ma si tratta di un «optional di lusso che viene lasciato alla gratuità generosa dei singoli» [18], senza altri obblighi che non siano quelli legati alle libere scelte etiche degli individui. In altre parole, l'ideologia neoliberista, che ha operato sin dalle origini come una dottrina politica rivestita con i panni di una teoria economica, avrebbe favorito la rottura di quel senso di solidarietà sociale che lega tutti gli uomini a un destino comune e che nella filosofia della condivisione incarna il bisogno tenace di resistere a un'etica pervasiva la cui gerarchia di valori pone al culmine i mercati [19].

La riflessione sulla condivisione ritiene che l'economia sia radicata all'interno della società e non costituisca attività separabile e isolabile dal resto delle attività umane e nega l'idea di crescita illimitata per cui la società verrebbe ridotta a mero strumento e mezzo dei meccanismi economici produttivi che tendono a stimolare consumi elevati e variati.

« La nostra economia, immensamente produttiva, esige che noi facciamo del consumo il nostro stile di vita [...] Abbiamo bisogno che i nostri oggetti si consumino, si brucino e siano sostituiti e gettati a un ritmo sempre più rapido [20] »

Come rileva il WWF [21] non si tiene in debito conto la finitezza della biosfera e il fatto che l'uomo trasformi le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto sia in grado di riciclarli in nuove risorse [22]

La bioeconomia[modifica | modifica sorgente]

« La teoria economica neoclassica contemporanea maschera dietro un'eleganza matematica la sua indifferenza alle leggi fondamentali della biologia, della chimica e della fisica, in particolare a quelle della termodinamica [23] »

A partire dagli anni settanta del secolo scorso, la questione dell'ecologia all'interno dell'economia comincia a essere esaminata a fondo, grazie soprattutto al lavoro dell'economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen[24], a cui va il merito di aver individuato le implicazioni bioeconomiche della legge dell'entropia, già intuite negli anni quaranta e cinquanta da Alfred Lotka, Erwin Schrödinger, Norbert Wiener e Léon Brillouin. Adottando il modello della meccanica classica newtoniana, osserva Georgescu-Roegen, l'economia esclude l'irreversibilità del tempo. In questo modo ignora l'entropia, ovvero l'irreversibilità delle trasformazioni dell'energia e della materia. Viene oscurato per esempio il fatto che i rifiuti e l'inquinamento, pur essendo prodotti dall'attività economica, non rientrano nel processo di produzione così come si è andato determinando.

Sparito dunque ogni riferimento a un qualsiasi substrato biofisico, la produzione economica, così come è concepita dalla maggioranza dei teorici neoclassici, non apparirebbe soggetta ad alcun limite ecologico e avrebbe come inevitabile conseguenza lo spreco irresponsabile delle risorse rare disponibili. In sostanza, il processo economico reale, a differenza del modello teorico, non sarebbe un processo puramente meccanico e reversibile; essendo di natura entropica, si svolgerebbe in una biosfera che funziona all'interno di un tempo unidirezionale. Da ciò discende, per Georgescu-Roegen, l'impossibilità di una crescita infinita in un mondo finito e la necessità di sostituire la scienza economica tradizionale con una bioeconomia, ovvero di pensare l'economia all'interno della biosfera. «La Prima e la Seconda rivoluzione industriale ci stanno presentando il loro conto in termini di entropia: duecento anni di carbone, petrolio e gas naturale bruciati per promuovere e favorire uno stile di vita industriale hanno prodotto il rilascio di ingenti quantità di biossido di carbonio nell'atmosfera terrestre. Questa energia consumata – il saldo entropico – impedisce alla radiazione solare di sfuggire dal pianeta e minaccia un catastrofico cambiamento della temperatura della terra, con conseguenze potenzialmente devastanti per il futuro della vita [25]».

L'antropologia economica[modifica | modifica sorgente]

Il sociologo, filosofo ed economista ungherese Karl Polanyi (1886–1964), noto per la critica alla società di mercato espressa nel suo lavoro più importante La grande trasformazione[26], è riconosciuto quale padre ispiratore della filosofia della condivisione, oltre a essere lo studioso che ha dato il più grande contributo alla nascita dell'antropologia economica[27].

« La grande trasformazione di Karl Polanyi presenta una storia dell’Inghilterra dei secoli Diciottesimo e Diciannovesimo, con una lunga dissertazione su quello che pare un arcano dell’epoca, le Speenhamland Laws. Queste "leggi per i poveri" in vigore nell’Inghilterra di allora erano state introdotte per alleviare gli aspetti peggiori della povertà rurale, assicurando una forma di welfare legata al prezzo del pane. Ma la tesi di Polanyi non si limita alla semplice descrizione delle reti di sicurezza dell’epoca previttoriana: il dissidente ungherese sostiene infatti che i mercati e la società circostante sono strettamente legati fra loro. Contrariamente alla filosofia di Greenspan, Polanyi suggerisce che il capitalismo abbia particolarmente bisogno delle istituzioni sociali. Affinché i mercati possano funzionare, la società deve approvare e vendere nell’economia. Da qui la scelta del titolo del libro: la "trasformazione" descrive il modo in cui i gruppi più potenti della società cercarono di trasformare la terra e il lavoro in "merci fittizie", beni che in principio erano molto diversi da quelli scambiati nei mercati fino ad allora.

Può essere strano concepire terra e lavoro come merci fittizie, quando in realtà il cuore della vita lavorativa contemporanea pulsa al ritmo di buste paga e canoni d’affitto, ma questo ci dà una misura di quanto sia stata "grande" la trasformazione: questo processo ha alterato così radicalmente l’ordine sociale che è ormai impossibile concepire terra e lavoro in qualsiasi altro modo. In altre parole, la trasformazione ha cambiato non soltanto la società, ma anche noi stessi, modificando il modo in cui vediamo il mondo e la nostra collocazione al suo interno[28] »

Al centro della Grande Trasformazione di Polanyi si trova dunque il capovolgimento dell'idea liberale secondo cui la società di mercato costituisca un punto di approdo “naturale” nella vicenda delle società umane, e dunque la relativizzazione delle categorie di pensiero che in essa hanno la loro validità.

« L’estrema artificiosità di un sistema in cui l’economia si è sottratta al controllo sociale, celata dalle giustificazioni dell’economia politica classica, diventa per Polanyi evidente nei momenti di transizione, all’inizio e alla fine del ciclo per lui ben concluso dell’esistenza storica di tale società. Non più naturale, semmai meno, delle altre, la «società di mercato» è come un caso patologico destinato a chiudersi con una crisi violenta; il suo studio passa per una anamnesi e una diagnosi: definizione della società di mercato, quindi identificazione della tensione specifica che l’affligge e ne determina il crollo, o la trasformazione [29] »

Con i suoi studi sulle società arcaiche e primitive[30] e attraverso l'opera di collaboratori e discepoli[31], Polanyi contribuisce a svelare alle generazioni successive di filosofi, antropologi ed economisti le dinamiche di una società di mercato da lui concepita come una singolare aberrazione[32].

« Un sistema controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati, alla cui autoregolazione è affidata la produzione e la distribuzione delle merci; un’economia che si regge sull’aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo guadagno monetario; in cui anche il lavoro, la terra e la moneta formano oggetto di mercato e tutto ha un prezzo, gli appaiono retti da «straordinari principî». Spesso egli parla di «utopia», non solo riferendosi alle proiezioni ideologiche di questa realtà nel pensiero degli economisti liberali, ma proprio per segnalare il contrasto di tale realtà con quella «sostanza umana e naturale» cui fa riferimento all’inizio e che costituisce l’orizzonte ideologico del libro. Per cui la polemica colpisce certo soprattutto la pretesa di fare di storiche categorie economiche delle categorie naturali universali, ma esprime anche il rifiuto di quello che Fourier chiamava un monde à rebours [33] »

Pedagogia della condivisione[modifica | modifica sorgente]

Considerato che l'apprendimento è sempre un'esperienza profondamente sociale e colui che impara, migliora se stesso per partecipazione. L'educazione convenzionale promuove il concetto di istruzione come esperienza privata, in realtà il pensiero si forma tanto nell'individuo quanto nel rapporto fra individui. Anche nei momenti di profonda riflessione intima e personale, la sostanza dei propri pensieri è connessa, in un modo o nell'altro, a precedenti esperienze condivise con altri attraverso le quali ha interiorizzato significati collettivi.

Lo studioso in scienze sociali e dell'educazione Dario Arkel secondo queste considerazioni ha allora teorizzato la necessità di una pedagogia della condivisione secondo la quale «il cammino verso la convivenza non può prescindere dall'apertura verso gli altri e verso la natura nei suoi aspetti evolutivi specificamente nel senso collaborativo»[34]. Gianluca Caputo, collaboratore informatico dell'Università di Pisa, ha espresso l'opportunità oggi offerta dallo sviluppo tecnologico del web di praticare una pedagogia della condivisione:

« Siamo coscienti del fatto che la spinta individualistica ha liberato enormi energie, ha sostenuto la vitalità di un mercato capace di esprimere sempre nuove domande. Oggi, però, quello sviluppo è rallentato entrando in crisi in modo irreversibile, c’è un dissolvimento delle capacità decisionali nelle questioni di interesse collettivo e l’autonomia dei comportamenti è sfociata in forme di

disagio.

Crediamo quindi che i valori su cui occorre puntare poggino meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità. In sintesi, sulla condivisione. [35] »

In quest'ambito sostiene Caputo è fondamentale l'utilizzo del web 2 e in particolare il blog, il forum e il wiki« un sito creato con un software collaborativo [36]

L'economista Jeremy Rifkin spiega come la condivisione abbia un risvolto concreto nell'insegnamento delle nuove generazioni e nei settori educativi. Preoccupati per la direzione verso cui la società dei consumi sta procedendo, gli insegnanti e gli educatori avrebbero cominciato a chiedersi se la missione principale dell'educazione debba essere solo quella di far diventare economicamente produttivi gli studenti.

Rifkin si domanda se non si dovrebbe dedicare altrettanta attenzione allo sviluppo delle pulsioni empatiche innate dei giovani in modo da prepararli a pensare e ad agire come parte di una famiglia universale che include non solo il proprio prossimo, ma anche tutte le altre creature. Egli ritiene che una nuova generazione di educatori stia iniziando a decostruire i processi di apprendimento in aula che hanno accompagnato il passato, e a ricostruire l'esperienza educativa lungo linee pensate per incoraggiare lo sviluppo di un Sé ecologico esteso.

L'approccio dominante all'insegnamento, dall'alto verso il basso, il cui obiettivo è formare un essere competitivo e autonomo, sta cominciando a cedere il passo a un'esperienza educativa distribuita e collaborativa concentrata sull'instillare il senso della natura sociale della conoscenza. In questa nuova ottica l'intelligenza non rappresenta una risorsa che si accumula ma, al contrario, un'esperienza condivisa distribuita fra le persone.

Il nuovo approccio all'istruzione rispecchierebbe il modo in cui una nuova generazione impara e scambia informazioni, idee ed esperienze attraverso Internet, in spazi educativi open source e nell'ambito dei social media. Un apprendimento distribuito e collaborativo prepara secondo Rifkin anche la forza lavoro del ventunesimo secolo a un'economia nuova che agisce sulla base dei medesimi principi[37].

La pedagogia della condivisione rifiuta quel tipo di istruzione parziale e superficiale spendibile solo sul mercato del lavoro e inservibile per tutte le altre dimensioni dell'esistenza. I bambini e i ragazzi devono essere aiutati da insegnanti ed educatori non solo sul piano cognitivo, ma anche su quello emotivo e relazionale. Oltre le abilità cognitive, viene dato ampio spazio all'empatia, alla solidarietà, all'integrità morale e alla tenacia delle giovani generazioni.[38]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Colella, F. (2016). Mercificazione, individuo e società: attualità del pensiero di Karl Polanyi. Democrazia e Sicurezza-Democracy and Security Review (2).
  2. Herman Daly, Ecological Economics and the Ecology of Economics, 1999; Ecological Economics: Principies and Applications, 2003. Si vedano anche G. Clément e Louisa Jones, Une écologie umaniste, Aubanel, Paris, 2006; Brown Lester R., Economia e ambiente. La sfida del terzo millennio, Emi, Bologna, 2005
  3. Giacomarra, M, Sharing Sociology. Il ruolo della comunicazione nella sociologia della condivisione, Firenze, Palumbo, 2017.
  4. Colella, F. (2016). Mercificazione, individuo e società: attualità del pensiero di Karl Polanyi. Democrazia e Sicurezza-Democracy and Security Review (2).
  5. Piero Formica, Economia collaborativa contro la depressione, Il Sole 24 Ore , 10 settembre 2015
  6. Roberto Mancini, La logica del dono. Meditazioni sulla società che credeva d'essere un mercato, EMP, Padova 2011, pp.27-28
  7. Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, p.181
  8. Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, p.114
  9. ibidem, p.115
  10. Joseph E. Stiglitz, Bancarotta. L'economia globale in caduta libera, Einaudi
  11. «Per cambiare noi stessi dobbiamo cambiare il mondo. Per cambiare il nostro mondo dobbiamo cambiare noi stessi. Entrambe le cose sono necessarie. Entrambe sono difficili», Raj Patel, I padroni del cibo, trad. di G. Carlotti, Milano, Feltrinelli, 2008, p.220.
  12. Joseph E. Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, p.400
  13. it-IT neoliberismo nell'Enciclopedia Treccani. URL consultato in data 2019-10-17.
  14. E.Boehm-Bawerk, Potere o legge economica?, Rubbettino, 1999, p. 67.
  15. Enciclopedia Italiana Treccani alla voce "liberismo"
  16. Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2008, p.27
  17. Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, 2018 p.27
  18. A. Braggio, Cooperare, non competere, pubblicato il 19 novembre 2012 in ventochemuove.it.
  19. F. Crespi, Imparare ad esistere. Nuovi fondamenti della solidarietà sociale, Roma, Donzelli, 1994; A. Fazio, Razionalità economica e solidarietà, Roma-Bari, Laterza, 1994; R. Petrella, Il bene comune. Elogio della solidarietà, Reggio Emilia, Diabasis, 1997.
  20. Victor Lebow in Piero Bevilacqua in La terra è finita. Breve storia dell'ambiente, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.80
  21. Living Planet Report 2006, p.2
  22. Mathis Wackernagel, Il nostro pianeta si sta esaurendo, in Andrea Fasullo (a cura di), Economia e ambiente. La sfida del terzo millennio, Emi, Bologna, 2005
  23. Yves Cochet, Pétrole apocalypse, Fayard, Paris, 2005, p.147
  24. .Tra i pionieri dell'applicazione delle leggi della termodinamica all'economia bisogna segnalare in particolare l'ucraino Sergej Podolinsky (1850-1891), teorico di un'economia basata sull'energia, che tentò di conciliare il socialismo e l'ecologia
  25. Jeremy Rifkin, La Terza Rivoluzione Industriale, Mondadori, 2011, p. 32.
  26. Polanyi, Karl, La grande trasformazione (1944), tr. it. di R. Vigevano, Torino, Einaudi, 2000
  27. Chris Hann, Keith Hart, Antropologia economica. Storia, etnografia, critica, Einaudi, 2011; Tullio Tentori, Elementi di antropologia economica, Armando Editore, 2010
  28. Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, p.22-23
  29. Alfredo Salsano, Introduzione, in Polanyi, La grande Trasformazione, pp.XV-XVI
  30. Oltre al lavoro curato con C. M. Arensberg e H. W. Pearson, Trade and Market in the Early Empires, Glencoe, 1957 e al postumo Dahomey and The Slave Trade: An Analysis of an Archaic Economy, in collaborazione con A. Rotstein, Seattle (Wash.), 1966, cfr. l'importante raccolta curata da G. Dalton, Primitive, Archaic, and Modern Economies: Essays of Karl Polanyi, Garden City (N.Y.), 1967
  31. soprattutto G. Dalton e P. Bohannan, che hanno curato insieme Markets in Africa, Evantson, 1962. G. Dalton ha curato le raccolte Tribal and Peasant Economies: Readings in Economic Anthropology, New York, 1967 e Economic Development and Social Change. The Modernization of Village Communities, New York, 1971; di lui si veda anche Economic Anthropology and Development: Essays on Tribal and Peasant Economies, New York-London, 1971
  32. Anche se l'industrializzazione e la tecnica sono state poco criticate fino a un periodo recente, il fondamento antropologico dell'economia come teoria e come pratica, l’homo oeconomicus, è stato ampiamente denunciato come riduzionista da tutte le scienze umane. La sua base teorica e la sua realizzazione pratica (la società moderna) vengono per esempio messe in discussione dalla sociologia di Émile Durkheim e Marcel Mauss, dall'antropologia di Marshall Sahlins, dalla psicanalisi di Erich Fromm e Gregory Bateson
  33. Alfredo Salsano, Introduzione, in Polanyi, La grande Trasformazione, p. XVIII
  34. Dario Arkel, Ascoltare la luce, Atì Editore, 2009, p.207
  35. Pedagogia della condivisione. E l'utilizzo del web 2.0 di Gianluca Caputo, p.2
  36. G.Caputo, ibidem
  37. Jeremy Rifkin, La Terza Rivoluzione Industriale, Mondadori, 2011, p.270-278
  38. Fabio Cardini, Scuola e pedagogia della condivisione, in http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=15624.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesca Colella, Mercificazione, individuo e società: attualità del pensiero di Karl Polanyi, in Democrazia e Sicurezza-Democracy and Security Review, n. 2, 2016
  • Roberto Mancini, La logica del dono. Meditazioni sulla società che credeva d'essere un mercato, EMP, Padova 2011,
  • Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, 2018
  • Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri
  • Joseph E. Stiglitz, Bancarotta. L'economia globale in caduta libera, Einaudi
  • Franco Crespi, Imparare ad esistere. Nuovi fondamenti della solidarietà sociale, Roma, Donzelli, 1994
  • Antonio Fazio, Razionalità economica e solidarietà, Roma-Bari, Laterza, 1994
  • Riccardo Petrella, Il bene comune. Elogio della solidarietà, Reggio Emilia, Diabasis, 1997.
  • Victor Lebow in Piero Bevilacqua, La terra è finita. Breve storia dell'ambiente, Laterza, Roma-Bari, 2006
  • Mathis Wackernagel, Il nostro pianeta si sta esaurendo, in Andrea Fasullo (a cura di), Economia e ambiente. La sfida del terzo millennio, Emi, Bologna, 2005
  • Jeremy Rifkin, La Terza Rivoluzione Industriale, Mondadori, 2011
  • Karl Polanyi, La grande trasformazione (1944), tr. it. di R. Vigevano, Torino, Einaudi, 2000
  • Chris Hann, Keith Hart, Antropologia economica. Storia, etnografia, critica, Einaudi, 2011
  • Tullio Tentori, Elementi di antropologia economica, Armando Editore, 2010
  • Alfredo Salsano, Introduzione, in Polanyi, La grande Trasformazione - Pedagogia della condivisione e l'utilizzo del web 2.0 di Gianluca Caputo,

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]



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